E’stata definita la più bella del mondo e non è un’attrice. E’ la Carta Costituzionale che il 1° gennaio ha compiuto settant’anni. Un documento che racchiude le fondamentali regole della convivenza civile. In essa vengono fissati i principi ed i fini che lo Stato si pone e vengono regolati i rapporti con e fra i cittadini. E’ tutte le altre leggi a Lei devono ispirarsi, formando l’insieme dell’ordinamento giuridico.
E’ stata firmata il 27 dicembre del 1947, dopo 18 mesi di lavoro dell’Assemblea Costituente, dall’allora Capo Provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, in una sala di Palazzo Giustiniani ed è entrata in vigore il primo gennaio 1948. E’ composta da 139 articoli e di 18 disposizioni transitorie e finali. In tanti si adoperati alla sua stesura: da Alcide De Gasperi a Palmiro Togliatti, da Giuseppe Saragat a Bernardo Mattarella, il padre dell’attuale Presidente della Repubblica, da Concetto Marchesi all’azionista Piero Calamandrei. Tra loro anche 21 donne.

In occasione del suo anniversario, nella sala Massari del Comune di Bari, lo storico e filologo Luciano Canfora ha tenuto, a un folto gruppo di studenti, una lezione sul tema. Nella circostanza ha fatto una sintesi della Carta: «la Costituzione è la disciplina che mette insieme libertà e giustizia». E ancora: «la disoccupazione dilagante, che è una malattia terribile della nostra società, è una continua negazione dell’articolo 1 della Costituzione».
Vediamo cosa dice questo articolo uno : “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
In sintesi l’articolo stabilisce due cose: l’Italia è una Repubblica e attraverso la democrazia rappresentativa il potere appartiene al popolo e che fondamento della democrazia è il lavoro, diritto e dovere di ciascuno per il progresso personale e sociale.
Tranquilli lungi da questa redazione fare una lezione di diritto, ma è lo spunto per una riflessione.

Roberto Benigni durante una trasmissione televisiva di alcuni anni fa, ha definito la Costituzione italiana la più bella al mondo e noi in occasione dei suoi settant’anni abbiamo voluto aggiungere: “e non li dimostra”. Sì non li dimostra come tante belle signore che si vedono in giro. E come tante donne è poco rispettata. Di considerazione ne riceve tanta la nostra. Quando si è a corto di argomenti viene sempre invocata, quando si è tentato di apportare qualche modifica, un piccolo lifting, si è gridato allo scandalo.
In realtà gli anni se li porta bene perché rimane un’opera incompiuta, se si pensa che dalla sua entrata in vigore ci sono voluti ben 22 anni per istituire le regioni e non si sa bene quanti ne dovranno passare per comprendere se esistono o meno ancora le provincie.
Torniamo all’articolo uno, il lavoro, un’esigenza avvertita da tutti. Un incubo per tanti: disoccupati, precari, licenziati e infine loro, i neet, quelli che guardano fissi il cielo in attesa di un qualcosa che non arriverà mai.
Di Alberto Orioli sul sole 24ore del 10 gennaio 2018
«La campagna elettorale fa strage della ragione e riduce tutto a propaganda. Ma i dati sul lavoro diffusi ieri una cosa la dicono chiara: che le riforme hanno funzionato e l’occupazione è tornata e riguarda anche i giovani….
… la discussione pubblica dovrebbe occuparsi della valutazione qualitativa dello scenario e trovare risposte al mancato incontro tra domanda e offerta reale di lavoro (i tecnici che non si trovano ma di cui ci sarebbe grande bisogno) e alla spinta verso la nuova occupazione (gli investimenti nelle nuove frontiere della tecnologie e la formazione più adatta per creare gli skillprofessionali mancanti).
Il reddito minimo di cittadinanza invece crea una sorta di narcotico assistenziale per giovani non più incentivati a trovare un lavoro vero, ma soprattutto impone al bilancio pubblico una torsione rilevante nell’allocazione delle risorse…

Festeggiare non basta, occorre applicare e come dice Orioli nel suo editoriale, i ragazzi attendono risposte e la Costituzione nel giorno del suo settant’esimo compleanno lo ha ricordato.
In più circostanze, a livello nazionale e locale, si avverte la necessità di assaporare il profumo di un cambio culturale. Siamo dentro la più grande rivoluzione tecnologica e ancora sentiamo e vediamo persone che sono alla disperata ricerca di un posto di lavoro come quelli raccontati da Checco Zalone nel suo “Qua Vado”.
Un posto fisso, sicuro, in virtù di competenze, titoli, primo master, secondo e terzo. Tutto questo ora appartiene al passato. Il mondo è pieno di gente con titoli.

In un mondo che è in continua trasformazione occorre presentarsi con un curriculum con più idee e meno titoli. E sulle idee che ci si gioca il futuro. Proprio da queste pagine abbiamo tracciato un excursus sulla fuga dei cervelli, alla base del fenomeno c’è la mancanza di risorse per la ricerca e per valorizzare appunto le idee. I giovani sono sempre un investimento e la gratuità della loro istruzione, in particolare quella universitaria, per quanto proposta forse in modo tardivo e in un momento che ben si presta a strumentalizzazione, è un valido riconoscimento, purché a beneficiare sia la meritocrazia e non il ceto di appartenenza.

Gianfranco Paradiso, 10 gennaio 2018

HA 70 ANNI E NON LI DIMOSTRA

Gianfranco Paradiso


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