E’ la solitudine il pericolo peggiore da affrontare.
Restare soli è come morire. Una condizione che genera un isolamento sociale e nuoce alla salute. Una realtà che assume toni ancor più forti quando si è avanti con gli anni.
Molte pubblicazioni scientifiche sostengono: «la solitudine è associata con una riduzione della durata della vita simile a quella provocata dal fumare 15 sigarette al giorno e superiore a quella associata con l’obesità».
Nel complesso la solitudine fa vivere la persona in un inferno che ha conseguenze sulla salute e in alcuni casi sfocia nel suicidio. E così negli ultimi mesi si è registrato:
 il 7 marzo 2019 a Lametia Terme un figlio trova gli anziani genitori morti in casa;
 il 21 giugno 2019 anziani coniugi si uccidono in casa a Roma;
 il 21 luglio 2019 coniugi in età avanzata sono trovati morti in casa a Ivrea;
 il 6 dicembre 2019 altri anziani coniugi muoiono a pochi minuti di distanza l’uno dall’altra in provincia di Pistoia;
 nelle scorse settimane in un quartiere di Genova, un uomo di 84 anni ha ucciso la moglie 80 anni per poi suicidarsi. Su un biglietto vicino ai corpi è scritto: «soffro tanto, ti amo ma non ce la faccio». E’ il quarto caso in Liguria negli ultimi mesi.
E’ una breve e triste panoramica di un fenomeno che si sta sempre più diffondendo. Oggi con sempre maggiore frequenza la cronaca ci narra di persone in età avanzata che decidono di farla finita. Molte volte la causa è la solitudine.
Come accennato chi è solo trascura anche la propria salute. Un atteggiamento che scaturisce da uno stato depressivo avanzato. Per questo si è giunti alla conclusione che restare soli è come morire. Alcuni studi hanno dimostrato che gli anziani con più alti livelli di solitudine sono due volte più esposti al rischio di una morte prematura. Nel tempo questo si trasforma in una riduzione della qualità della vita e dell’autonomia personale finché non giungono le gravi malattie.
Studi scientifici che dimostrano i danni che la solitudine arreca, ma poi spetta alla società trovare il giusto antidoto attraverso il quale offrire adeguate risposte. Sul tema, dal 15 al 16 novembre u.s., si è tenuto a Firenze il convegno “Nemica solitudine”, l’incontro ha posto in risalto come la solitudine non sia una situazione transitoria di vita obbligata, ma piuttosto una patologia endemica della società moderna che danneggia la salute.
Una patologia che si cerca di combattere in tanti modi, a Firenze, per esempio, sta per nascere il “Villaggio Montedomini”, un quartiere dedicato agli anziani e non solo. Un luogo d’incontro anche con bambini e giovani. Un’occasione per anziani e giovani di stare insieme e di alimentarsi a vicenda, una proiezione della società verso il futuro senza perdere di vista il passato. Per il sindaco di Firenze, Dario Nardella: «non ha senso costruire il futuro senza le radici», questa la sua riflessione a margine del convegno.
In letteratura psicogeriatrica poi, la solitudine non deve essere considerata solo come un modo di vivere, ma costituisce la sensazione soggettiva e qualitativa di non far parte del contesto, di non avere relazioni sociali e di essere sconnessi dagli altri.
Non va poi trascurato che l’isolamento sociale da anni è diventato un fenomeno in espansione, una vera emergenza. Una condizione che provoca pesanti conseguenze alla salute dei cittadini in particolare agli anziani. Tutte queste valutazioni sono con efficacia raccolte nella frase: «Essere soli è un pericolo per la propria salute quanto l’obesità o il fumo».
Per la rilevanza che il fenomeno sta avendo nella società dal 2018, il 15 novembre, si celebra la “Giornata nazionale contro la solitudine dell’anziano”.
IL MOMENTO DELLA SOLITUDINE: COME USCIRNE
Oggi le aspettative di vita si sono allungate e si vive in media oltre gli 85 anni. In Italia il 33 per cento della popolazione è già over 65 e quando le condizioni di salute sono buone le coppie si divertono, viaggiano (Coronavirus permettendo), si dedicano alla cura dei nipoti e in molti casi aiutano anche economicamente i figli. In tanti svolgono attività ricreative e rilassanti.
Questa fotografia però riflette solo una parte della società avanti con gli anni dove tutto va bene. I problemi iniziano quando non si è più autosufficienti oppure quando uno dei due coniugi viene a mancare. Quando a restare sola è la donna la condizione di solitudine viene meglio affrontata. La donna ha una capacità reattiva migliore che non sempre le viene riconosciuta.
L’uomo invece è impacciato, non tutti, ma un’alta percentuale soffre molto la perdita della compagna di una vita. Nella terza età poi i bisogni sono diversi : socio-sanitari per la fragilità e sociali in quanto dopo una certa età ci si sente inutili e di peso.
E’ in questo momento che tanto l’uomo che la donna, i vedovi in particolare, iniziano a cadere in forme depressive, complici la fragile condizione di salute, la mancanza di affetti e la monotonia giornaliera. Il tutto poi è accentuato nelle grandi città dove l’isolamento e la carenza di relazioni interpersonali sono più evidenti.
In queste condizioni vive la maggior parte degli anziani che dicono di avere i figli all’estero e se vengono a trovarli vanno sempre di fretta. Non hanno tempo. Molti però non fanno mancare nulla ai loro genitori che però restano comunque soli. Per questi anziani la morte non arriva con la vecchiaia, ma con la solitudine.
I più fortunati, anche per ragioni economiche favorevoli, vivono il resto della vita assistiti dalle tradizionali badanti o dalla nuova figura professionale dell’OSS (operatore socio sanitario). Altri restano raccolti nell’affetto della tradizionale famiglia che li prende in carico. E questa rimane l’ottimale condizione di vita.
A noi però interessa il destino degli altri, di quanti dispongono di risorse appena sufficienti a pagare il fitto di casa e un misero pasto giornaliero. Queste persone cosa fanno? Chi si occupa di loro? La cronaca ci ha dimostrato che spesso vanno in crisi e ricorrono a estremi rimedi.

Come già evidenziato la solitudine è tra le cause più frequenti e incisive di perdita della salute. Il tutto assume una maggiore valenza nella terza età. E sfocia in una riduzione della qualità della vita. In questo scenario che ruolo possono avere la famiglia e le reti sociali?
E’ il caso della Signora Maria, vedova e senza prole che mi ha confidato: «ero felice e allegra, mio marito, Donato, mi adorava, non c’è più da sette anni. Ora vivo sola e per me la solitudine è una vera sofferenza. Mi aiutano le reti sociali che ho realizzato e le mie amiche mi aiutano ad andare avanti».
E qui entrano in gioco la società e le Istituzioni. Perché chi vive in condizioni agiate non ha problemi anzi trova sufficienti confort anche nel Sud Est barese, ma una società civile, soprattutto quella di un Paese che siede tra i grandi a livello mondiale, deve farsi carico anche degli altri, di coloro che vivono ai margini dell’umana sopravvivenza.
A Gioia, il Dott. Valerio Passerotti, responsabile del Centro Aperto Polivalente per Anziani, per esempio, in un momento così difficile come quello che tutti stiamo vivendo nella lotta contro il “Coronavirus”, con la sua equipe ha ideato e proposto all’ufficio Servizi Sociali e all’Assessorato Servizi Sociali del comune di Gioia del Colle il progetto “Linea Amica – Per non essere soli”. L’idea è finalizzata al sostegno a distanza degli anziani, si tratta di un servizio attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 9.00 alle ore 13.00.
In pratica, chiamando il numero 0809647444 sarà possibile per gli anziani, avere un filo diretto con le operatrici della struttura e poter:
– comunicare la lista della spesa e riceverla a domicilio;
– ottenere la prescrizione e ritiro di ricette mediche/farmaci presso studi medici;
– consegna a domicilio di farmaci;
– telefono amico e pagamento bollette e disbrigo pratiche. Il servizio è assolutamente gratuito.

RIFLESSIONI
Nella vita quotidiana vedo gli effetti dell’allungamento della vita, combinati con quelli della natalità e mi chiedo come sarà il futuro con tutti i cambiamenti che riguardano gli individui, i rapporti intergenerazionali, in particolare tra genitori e figli.
Ruoli che oggi sono ricoperti da persone in età avanzate (come chi scrive). A settant’anni si è nonni, ma anche figli che hanno cura di genitori ultra novant’enni. Per non parlare di quanti sono impegnati ad accudire nel contempo figli e nipoti in varie situazioni come le separazioni, i divorzi o l’instabilità finanziaria.
La novità che la vita si sta sempre più dilatando fa emergere altre questioni. E penso agli ultimi dati diffusi dall’Istat secondo cui il 30 per cento delle famiglie sono costituite da single. E mi chiedo come sarà il loro futuro? Il maligno di turno mi sussurra nell’orecchio ma che te ne frega, pensa a te!
Infatti, da un po’ penso a me che anche se pieno di vitalità e di entusiasmo devo però fare i conti, da una parte con l’invecchiamento e dall’altra pensare a chi si occuperà di me quando sarò nella terza età? E mi viene in mente il racconto di Antonella Longobardi, imprenditrice napoletana e artista, da alcuni decenni residente in Puglia che durante una delle tante chiacchierate vicino alle nostre mamme in cura al Miulli, mi ha illustrato come viene gestita la vecchiaia nel Regno Unito.
In occasione di un soggiorno a Portsmouth, località di fronte all’isola di White con degli studenti nell’ambito del programma “vacanza-studio” per l’assegnazione dei crediti formativi ha potuto constatare come è concepita l’anzianità in Gran Bretagna. Mi ha parlato di St Vincent House, una splendida casa residenziale per persone della terza età. In pratica chi non è più autosufficiente o chi non vuole più restare solo, anche coppie di coniugi, dona il proprio patrimonio allo Stato che li prende in carico in queste strutture e assicura loro ogni tipo di assistenza. Nell’ambito di questo soggiorno sono poi organizzare tante attività ricreative anche fuori della struttura. Si tratta di complessi residenziali muniti di ogni comfort e servizi. Una testimonianza preziosa che mi ha fatto ben comprendere l’attenzione e il rispetto che la cultura anglosassone mostra per le persone in età avanzata, “Sua Maestà la Regina Elisabetta docet”.
Sempre il nostrano maligno mi dice: «hai scoperto l’acqua calda una casa del genere anche in Italia si può trovare, basta pagare». E’ vero, gli rispondo, ma quello che non sai è che la politica anglosassone di avere cura degli anziani si estende anche a chi versa in disagiate condizioni economiche, a loro pensa lo Stato. E’ chiaro?
Ma torniamo al tema iniziale, cosa si fa per chi entra nel tunnel della terza età con sulle spalle 75 o 80 anni che vive in risicate condizioni finanziarie? E torno a chiedermi: cosa diventeremo in futuro e chi si occuperà di noi? La domanda assume aspetti drammatici se si tiene conto che viviamo in un Paese stretto nella morsa di un crescente impoverimento e di una forte necessità di doversi fare carico di un’alta percentuale di anziani.
In giro tra le varie strutture sanitarie del Sud Est barese ho potuto constatare che gli over 65 di oggi spavaldi e dinamici, dal futuro si aspettano di non essere solo destinatari di cure, ma di poter essere rispettati per dignità e identità. E si aspettano anche di essere considerati persone intere, non come vecchi, ma come esseri umani portatori di un valido bagaglio di esperienze.
In questi luoghi di sofferenza e di speranza, ho imparato a conoscere le esigenze tanto di chi ha bisogno di cure quanto di chi le offre. Ho corretto il mio atteggiamento e aumentata la pazienza, perché chi soffre percepisce i nostri scatti di nervosismo o di insofferenza come conseguenza del loro essere un peso, una palla al piede e questo li spinge a implorare la morte. Occorre invece infondere loro fiducia per ottenere risposte collaborative che ne stimolino la ripresa cognitiva o riabilitativa.
Queste mie modeste riflessioni le avevo raccolte lo scorso febbraio poi, man man che l’epidemia avanzava e irrompesse sulla scena in modo così violento mi sono reso conto che si è sempre parlato del pericolo nel quale incorrevano gli anziani. Le notizie degli ultimi giorni ci hanno mostrano come questo rischio sia diventato sempre più reale e quanto la morte sia vissuta in solitudine. E’ stato per me un riscontro amaro, molte mie sensazioni sono state confermate a un prezzo molto alto. Lo stesso Papa Francesco si è fatto interprete di cosa sia oggi la paura di tanti anziani e non solo.
Quando la pandemia si sarà placata e la vita tornerà alla quasi normalità, si quasi, perché nulla sarà come prima, confido molto nell’intraprendenza giovanile che di certo sapranno far tesoro di quanto è accaduto e sta accadendo. Siamo stati intristiti dal constatare come il Sistema Paese è collassato da una serie di gap in campo sanitario per scelte poco avvedute e dettate solo da esigenze di bilancio. Il futuro che ci aspetta dovrà far leva su una radicale e capillare trasformazione del Paese e non solo nel comparto Sanità si dovrà intervenire a 360 gradi, perché in altri campi non si registrano solo piccole crepe ma vere e proprie voragini, come la Scuola, gli Istituti penitenziari, le infrastrutture, altro che assalto ai supermercati le troppe disuguaglianze rischiano di alimentare sempre più rabbia e tenerla a freno sarà sempre più complicato.
Gianfranco Paradiso, 29 marzo 2020

LA VECCHIAIA: UN TRAGUARDO IN CHIARO SCURO

Gianfranco Paradiso


Collabora con il periodico "La Voce del Paese"


Post navigation