Un Paese sempre meno popolato e sempre più vecchio, questo è il destino dell’Italia. Queste le allarmanti previsioni demografiche dell’Istat. Un inesorabile invecchiamento che si accentua nel Sud che è destinato a svuotarsi . Gli italiani si sposteranno sempre più verso il Centro-nord: tra meno di cinquant’anni le regioni settentrionali accoglieranno il 71% dei residenti mentre nel Mezzogiorno si scenderà al 29 per cento.
Entro il 2065, secondo le indicazioni dell’Istat, oltre 14 milioni di italiani si sposteranno da una regione all’altra. Una mobilità che comunque si ridurrà nel corso degli anni proprio in virtù del progressivo invecchiamento della popolazione. A beneficiare di questi spostamenti, seppur ridotti, sarà soprattutto il Nord Est a danno delle isole e delle regioni del Mezzogiorno.
Secondo il rapporto dell’Istituto tra mezzo secolo, gli italiani diminuiranno di oltre 6 milioni rispetto a oggi e solo poco più di 10 milioni risiederanno nel Meridione, dove la popolazione è destinata a invecchiare più in fretta rispetto al resto del Paese.
Il Mezzogiorno risulterebbe l’area a più forte invecchiamento. Nel Mezzogiorno, spiega l’Istat, ci sarà un forte calo della presenza di giovani fino a 14 anni di età, si passerà dal 14% del 2017 all’11% del 2065, con la possibilità di scendere anche sotto il 9 per cento. Mentre al Centro e al Nord si dovrebbe restare comunque intorno al 10-15 per cento.
Le variazioni demografiche andranno a colpire anche la popolazione in età lavorativa che di conseguenza sarà anch’essa destinata a diminuire con una contrazione di ben 13 punti percentuali. La popolazione in età avanzata sarà pari al 36% della popolazione. Le aree del Centro e del Nord non saranno esenti da questi fenomeni, ma le variazioni saranno minori anche in forza di una natalità che potrebbe aumentare sino a raggiungere il valore di 1,59 figli per donna, mentre nel Mezzogiorno si registrerà addirittura una sensibile decrescita.

UNO SPOPOLAMENTO GIA’ ANNUNCIATO
Nel 2014 lo Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) ha segnalato che dal 2010 al 2050 il Mezzogiorno avrebbe perso quasi 2,7 milioni di persone, di cui 900mila solo nelle tre province metropolitane di Napoli (-439mila), Bari (-322mila), Palermo (-152mila), a fronte di una crescita di oltre 4 milioni di abitanti nel Centro-Nord, di cui 280mila unità a Roma e di oltre 500mila a Milano.
Una tendenza confermata dai dati segnalati in questi giorni dall’Istat. Agli studi e rapporti vari che in questi anni sono stati diffusi da prestigiose organizzazioni occorre aggiungere gli allarmi lanciati dagli amministratori locali di alcune aree del mezzogiorno e dai media.
«La Basilicata continua a spopolarsi…Al primo gennnaio 2016 il saldo è sceso di circa 3000 unità rispetto all’anno precedente… Il trend va avanti da molti anni… dal 2011 al 2013, mostrava la tendenza demografica peggiore d’Italia, con punte negative nell’area della Val d’Agri. Nel 2015 le cose non vanno meglio».

Alcuni sindaci hanno iniziato da tempo ad adottare politiche incentivanti per contrastare il fenomeno dello spopolamento come in Calabra dove sono stati assegnati lotti di terreno per la costruzione di case a favore di giovani coppie. Per ultimo il comune di Caprarica di Lecce che ai primi di maggio ha lanciato un avviso pubblico di questo tenore:
«…si comunica alla cittadinanza che è intendimento dell’Amministrazione Comunale acquisire la disponibilità:
1) alla cessione gratuita (o al prezzo simbolico di un euro)
2) o alla donazione
3) o al comodato gratuito ultraventennale
da parte dei cittadini proprietari di immobili inutilizzati ubicati a Caprarica di Lecce per il
successivo e possibile recupero ed utilizzo da parte di privati, nell’ambito di un progetto di
recupero, valorizzazione e ripopolamento del Comune…».

L’Iniziativa è comune a tante altre adottate in questi ultimi anni in modo trasversale dalla Liguria alle isole e ha l’obiettivo di salvare alcuni dei più suggestivi Borghi d’Italia. E comunque sempre di spopolamento si tratta.
Le testimonianze raccolte sono un eloquente prova che ciò che si legge o si ascolta in queste ore appartiene a una realtà “déjà vu”.
Piuttosto viene da chiedersi cosa è stato fatto a livello centrale e cosa hanno potuto fare in ossequio al revisionato Titolo V della Costituzione, gli amministratori locali. Del principio di sussidiarietà nessuna traccia.
Qualcuno a giusta ragione potrebbe fermare l’analisi ricordando che ci sono intere aree colpite da scosse telluriche che ancora attendono gli interventi promessi, e vi sono testimonianze affrante di chi ha persino perso la speranza dinanzi agli ostacoli costruiti da una burocrazia che ha il sapore di una gramigna (una delle piante infestanti più difficili da estirpare).

MERIDIONALE UGUALE QUESTIONE INSOLUTA

Uno dei peggiori difetti del linguaggio quotidiano è quello di sintetizzare ogni cosa, come accade quando si parla di “federalismo” che lo si associa a una forza politica o a un suo esponente di spicco. Ne sono testimonianza in queste ore le conflittualità sulla disperata stesura di un contratto politico.
Salvo poi scoprire che per Gaetano Salvemini(nella prima metà del secolo scorso) centrale era l’analisi della questione meridionale. Egli riteneva, infatti, che «se l’Italia meridionale non aveva raggiunto lo stesso grado di sviluppo di quello settentrionale lo si doveva fondamentalmente a due motivi: 1) essa ha dovuto mettersi in moto da un punto di partenza molto più arretrato dell’Italia settentrionale, 2) il progresso ha dovuto e deve lottare non solo con tutte le forze conservatrici locali, ma anche con le condizioni disastrose fatte dall’Italia meridionale dall’accentramento finanziario e amministrativo dell’Italia monarchica.
Egli intendeva porre rimedio ai mali che la centralizzazione amministrativa aveva prodotto nel Meridione attraverso un federalismo “centrifugo”. Si trattava di un progetto capace di dare una risposta in termini sperimentali e propositivi ai problemi relativi alla crisi dello Stato liberale, di garantire il controllo da parte dei cittadini dell’operato dei governanti e delle burocrazie amministrative con un’azione partecipativa».

Il compianto Alessandro Leogrande, scrittore e amante del meridione, il 3 agosto 2015 sul sito dell’Internazionale titolava: “La questiome meridionale non è mai finita”. Nel commentare il rapporto di quell’anno dello Svimez che offriva una impietosa immagine dello stato economico del meridione afferma:
«…non è la prima volta che vengono forniti dati del genere: è da almeno quattro anni che i rapporti annuali di Svimez, Censis, Istat sottolineano la deriva delle regioni meridionali. Ma ora comincia ad apparire evidente come alle spalle del dissesto economico (crollo del pil, desertificazione industriale, implosione del sistema manifatturiero, povertà dilaganti…) si stia delineando un vero e proprio tsunami demografico e sociale.
Sono due milioni i neet meridionali (persone non impegnate nello studio né nel lavoro né nella formazione). Due milioni i giovani tra i 15 e i 34 anni delle regioni del sud che non lavorano e non studiano. Sono oltre il 38 per cento della loro fascia d’età. Molti di più, in proporzione, che nel resto d’Italia (20 per cento) e che in Grecia (29 per cento), percepita in questi anni come l’epicentro della crisi europea».

Affascinati dall’analisi abbiamo letto tutto il suo lavoro per scoprire una sua eloquente considerazione:
«… Il meridionalismo migliore ha sempre pensato che non bisognasse chiedere “per” il sud, attivando la solita economia di scambio gestita dai sottopoteri, ma trasformare il sud, producendo una sorta di rivoluzione culturale…Cosa rimane oggi di questo meridionalismo? Molto poco. È come se tra i rapporti allarmati sfornati anno dopo anno da Censis, Istat e Svimez sulla “deriva” meridionale e i governi che dovrebbero rimuovere le sue cause non ci sia più quella terra di mezzo in cui era elaborata una critica culturale e politica. Così, il vuoto che si è creato è stato riempito in altri modi. Da una parte si assiste al ritorno del sudismo, cioè del piagnisteo neoborbonico di chi vagheggia il ritorno a un buon tempo andato che non è mai esistito, e vede i mali solo e sempre altrove (nel nord, a Roma, a Bruxelles o a Francoforte), emendando di fatto le responsabilità delle élite meridionali. Dall’altra ci sono i nuovi “professionisti del Mezzogiorno”, i mediatori tra centro e periferie che provano a rinnovare – nel nuovo secolo – ciò che resta dello scambio novecentesco tra fondi pubblici e consenso. Oggi che la parola “deriva” sembra aver sostituito la più classica “ritardo”, occorre forse tornare a riflettere su come ripopolare quel vuoto di analisi e confronto critico».

Dal sito www.linkiesta.it del 4 maggio: «…Il problema è che culle vuote oggi vuol dire meno lavoratori domani. Meno lavoratori vuol dire meno tasse per finanziare la sanità e meno contributi per pagare le pensioni. Meno soldi per le pensioni e la sanità, in una prospettiva dell’allungamento dell’aspettativa di vita, vuol dire tagli ai servizi, al personale, alle cure, agli assegni pensionistici. Il tutto sulle spalle di quelle poche giovani famiglie che dovranno svenarsi per mantenere i loro tanti anziani non autosufficienti».
RIFLESSIONI
L’immagine del futuro che ci ha mostrato in questi giorni il Rapporto dell’Istat è inquietante, anche se su alcuni aspetti come lo spopolamento del Sud, saremmo tentati di affermare che l’emerito Istituto ha scoperto l’acqua calda. Infatti, è da molto tempo, come testimoniano le rilevanze citate, che si segnala il fenomeno.
Nel complesso, per usare un eufemismo, l’Italia avrebbe imboccato il viale del tramonto. Il suo futuro demografico pone una serie di problemi che senza alcun dubbio non possono più essere sottaciuti e spiace che sulle varie questioni non vengano poste le dovute attenzioni.
Come dimostrato, la questione meridionale e le sue correlate conseguenze sono temi ancora insoluti e affondano le loro radici in secoli di storia.

UN FUTURO AL BUIO, O FORSE NO…

Il ruolo della comunicazione e dell’informazione in genere è stimolare l’interesse, approfondire e aggiornare i dati sul fenomeno, essere cassa di risonanza di quelle iniziative che ne contrastano la diffusione, provocare la classe dirigente ad assumere iniziative e impegni. Intavolare un dibattito di pubblico interesse.
Infatti, poco si è parlato del boom di imprese in agricoltura. E così di apprende dal sito web del “Sole24ore” che:«Sono oltre 55mila le aziende agricole guidate da under 35, l’Italia è al vertice dell’Unione europea per la presenza di giovani nell’agricoltura.
(Sul tema sono in corso approfondimenti su quanto sta accadendo nei comuni pugliesi. La Regione Puglia ha legiferato in merito importanti provvedimenti per favorire il ricambio generazionale).
Come sempre accade non è tutto oro ciò che luccica, infatti, spiega il “Sole24ore”:
«…Quasi 30mila giovani nel biennio 2016/2017 hanno presentato in Italia domanda per l’insediamento in agricoltura dei Piani di sviluppo rurale (Psr) dell’Unione Europea, con il 61% concentrato al sud e nelle isole e il 19% al centro e il resto al nord. Ma l’ostacolo maggiore per avviare un’impresa agricola resta il costo elevato della terra: quella arabile in Italia, spiega la Coldiretti, è la più cara d’Europa con un prezzo medio di 40.153 euro all’ettaro. Si va dai 17.571 euro della Sardegna ai 30.830 euro della Puglia, dai 40.570 euro del Lazio ai 65.759 della Lombardia, fino al record europeo della Liguria con 108mila euro all’ettaro».

Anche la Regione Puglia ha legiferato in merito importanti provvedimenti per favorire il ricambio generazionale.
Quello dell’agricoltura rappresenta solo un piccolo spiraglio, ma ve ne sono altri. Per esempio quello dell’assistenza domiciliare e non solo sanitaria.

In Italia, secondo l’Istat, da un lato si assisterà a una progressiva riduzione numerica delle coorti di donne in età feconda (14-50 anni), dall’altro si assisterà a coorti di popolazione in età anziana (65 anni e più) sempre più infoltite dalle positive condizioni di sopravvivenza presenti e future (86,1 e 90,2 anni, rispettivamente, la vita media maschile e femminile prevista entro il 2065).
Un fenomeno già oggi consistente. Per dare il senso del ragionamento esaminiamo i dati demografici di Gioia: oltre 27mila abitanti con queste coorti: da zero a 14 anni: 3.500, da 15 a 64 anni:17.600, oltre i 65 anni: 6.500. In pratica già oggi gli over 65 sono quasi il doppio dei ragazzi e tra dieci anni saranno molti di più.
Quest’analisi porta a evidenziare, come ci ha segnalato l’Istat, che lo spopolamento e l’invecchiamento nel Mezzogiorno sono le facce di una stessa medaglia. Una realtà che ricorda il titolo “Non ci resta che piangere” film di Roberto Benigni e Massimo Troisi.
Invece no! Non si deve piangere, anzi occorre analizzare le realtà che ci vengono segnalate e affrontarle con una partecipazione attiva. Lo ha ben sostenuto un secolo fa Salvemini. Il fenomeno dello spopolamento lascia inalterato un altro problema che è appunto quelle dell’invecchiamento. Ad andare via sono e saranno persone giovani non oltre i 45 anni, ma a restare saranno tutti gli altri e saranno tanti. Si tratta di persone con una lunga aspettativa di vita, anche se inferiore a quella di chi vive nel Trentino Alto Adige, ma pur sempre alta.
Si tratta di una categoria che non sempre può contare sulla presenza di un figlio e che però ha necessità di assistenza a cui, come tutti sanno, si sopperisce con l’impiego di una “badante”.
Secondo uno studio elaborato nel 2017 dalla Fondazione Leone Moressa e l’Associazione Nazionale Famiglie Datori di Lavoro Domestico (Domina), in Italia vi è un esercito di oltre 900 mila badanti, a cui si affida la cura di anziani e persone con disabilità. Con un fatturato di oltre 7 miliardi di euro in retribuzioni e tasse (al netto di vitto e alloggio) e con un risparmio per le casse dello Stato di oltre 6 miliardi.
Nel Veneto, segnala la Fondazione , le badanti sono in costante crescita, perché in crescita è il bisogno di assistenza delle famiglie.
L’assistenza familiare attraverso la cura degli anziani è una professione di recente concezione emersa per soddisfare un bisogno familiare in aumento.
Si tratta di un welfare parallelo che andrebbe meglio articolato e forse anche ben organizzato. In alcuni casi si tratta di una vera giungla. In tante località del Mezzogiorno il reperimento di una badante avviene ancora attraverso il passa parola o la rete di amici o familiari. Sono ancora poche le organizzazioni, in forma privatistica o sotto forma di cooperative, che ne curano l’impiego.

Si tratta per lo più di straniere non sempre qualificate ad assolvere le funzioni di assistente familiare. Per questo occorrerà, soprattutto nel Sud spopolato, investire sulla loro preparazione e qualificazione.
Secondo Eurostat, nel 2016, sono stati più di 6 miliardi le rimesse di migranti presenti sul nostro territorio e una parte appartiene proprio al lavoro delle badanti. L’Italia è il quarto paese dopo Francia (10 miliardi), Regno Unito (7,1 miliardi) e Spagna (6,8 miliardi) in termini di trasferimenti verso paesi Ue e extra-Ue.

Per questo sarebbe auspicabile un coinvolgimento maggiore da parte delle Istituzioni nella gestione di questa figura, in molti casi, essenziale nell’attività di prevenzione e cura della salute della terza età.
Sarebbe anche l’occasione, sempre nel Sud spopolato, di contrastare una forma di lavoro nero e offrire, chissà, una prospettiva ai tanti giovani italiani in possesso di laurea infermieristica che sono ancora costretti a candidarsi per un posto in strture sanitarie estere.
Magari sviluppando la realizzazione di nuove cooperative o agenzie di assistenza domiciliare attraverso le quali veicolare e gestire il disagio della terza età non solo in campo sanitario, ma anche in quello dell’intrattenimento, della cura della persona e dello svago, ma anche della semplice consegna a domicilio della spesa.
Sempre in tema di spopolamento poi, non va trascurato il ruolo che negli anni avvenire potrebbe avere l’immigrazione dall’estero. L’apporto dei migranti al Sud potrebbe costituire un valore aggiunto soprattutto se inteso come un volano di riequilibrio demografico e di sviluppo. Un esempio è stata la regione Basilicata che in loro ha investito per il recupero di alcune aree interne.

L’Italia sta attraversando un momento difficile, forse il peggiore dell’era repubblicana,
e non certo solo per la questione meridionale, ma per tante altre, sfociate nel populismo e nel rancore e che hanno generato l’antipolitica.
Una di queste è la sete di lavoro. Non tutti però ne avvertono la necessità, alcuni riescono a farne a meno sedotti da altre formule di sostegno e per questo non lo cercano. Infatti: sono oltre 3 milioni i Neet (giovani tra i 18 ed i 34 anni che non lavorano e non studiano) che in Italia hanno rinunciato a ogni tipo di prospettiva per il futuro a causa della mancanza di lavoro.(Fonte: focus Censis – Confcooperative).
In tanti invece si affannano a cercarlo e quando lo trovano si disperano per i modesti compensi. Altri sono costretti a emigrare anche in forza del maggiore valore che all’estero danno ai loro studi o ricerche. Rimane il fatto che solo attraverso il lavoro ci si riappropria della dignità e si combattono le debolezze.
Solo il lavoro aiuta a uscire dal tunnel del disagio e dell’isolamento e magari aiuta anche a pensare di allargare i confini della propria famiglia. Il lavoro nobilita e allontana le tentazione dei facili guadagni. Come quella della Ludopatia che nel 2016 ha fatto registrare un giro di affari di 96 miliardi che sommati ai 200 miliardi del lavoro invisibile fanno ben comprendere l’entità di certe realtà.
Giovanni Orsina, docente di storia contemporanea all’Università la Luiss ed editorialista de La Stampa, ne parla nel suo libro “La democrazia del Narcisismo”, l’autore traccia la storia del divorzio tra cittadino e politica:«La politica non controlla più il futuro. Ha sempre meno senso, potere, respiro. La sua funzione principale, ormai, è fare da capro espiatorio per il risentimento universale. Solo se riconosciamo che questa crisi ha le sue radici nel cuore della democrazia, e sta montando da almeno un secolo, potremo comprenderla a fondo».

Intanto a Roma continua la trattativa per il nuovo esecutivo, una bozza di contratto pare essere stata in parte stilata, non c’è la questione meridionale e neanche lo spopolamento, però c’è una convergenza sul NO alla chiusura dell’Ilva. Va bene lo stesso, in fondo sempre di rischio spopolamento si tratta.

Gianfranco Paradiso, 15 maggio 2018

LO SPOPOLAMENTO DEL SUD E LE SUE CONSEGUENZE

Gianfranco Paradiso


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