Una buona comunicazione riduce i disturbi comportamentali

Una delle criticità più forti  in cui ci si imbatte quando si assistono persone disorientate e confuse, molto avanti con gli anni, tra la terza e la quarta età, è quello della comunicazione. Sono spesso casi con decadimento cognitivo che favorisce anche la  progressiva e costante avanzata della demenza.

Si tratta di un momento molto buio dove sembra che il mondo ti sia precipitato addosso. Si viene assaliti da rimorsi e scrupoli per non aver dato il giusto peso a un comportamento del proprio congiunto, ma poi si scopre che non si poteva fare nulla di più di ciò che si è fatto.

In proposito la letteratura psicologica ci dice che “Vivere è un’arte” e per questo occorre avere tutti una conoscenza di base.  La domanda è semplice: come ci si comporta con queste persone? Le tecniche sono tante, dall’evitare di interromperle quando parlano anche se dicono cose sbagliate sino a rivolgersi loro parlando piano e ponendo una sola domanda per volta, evitando di mostrarsi insofferenti o aggressivi.

Il declino mentale costituisce quindi un momento molto delicato a cui deve seguire  una riabilitazione psicologica adeguata. Si tratta di un processo multidisciplinare integrato che vede la partecipazione del malato, dei familiari e di un gruppo di professionisti. L’obiettivo che questo percorso si prefiggerebbe è quello di limitare le conseguenze della malattia, migliorare la prestazione cognitiva e funzionale e magari migliorare nel paziente anche il tono dell’umore e del comportamento. Un simile programma per potersi realizzare deve poter contare su un’adeguata preparazione psicologica di tutti gli operatori coinvolti, di un contesto familiare adeguato e confortevole e sul sostegno dei familiari coinvolti.

Da questa sintetica panoramica emerge che ai soggetti affetti da questo tipo di patologie e compromessi da altre, allettati e non più autosufficienti, la permanenza tra le mura domestiche richiede una corale partecipazione di più figure professionali che pur inseriti in precisi programmi istituzionali, non sempre possono soddisfare le reali domande; a questo poi va aggiunta la valutazione delle condizioni reddituali del paziente oltre  alla reale disponibilità di risorse umane qualificate delle strutture territoriali di competenza.

Nel frattempo che arrivino le risorse del Recovery Fund e si sciolga il nodo di quelle del Mes da destinare a migliorare il nostro sistema sanitario, cosa fare? Come aiutare i pazienti affetti da malattie degenerative?

Un recente studio “Anziani deportati” condotto da Don Vincenzo Albanesi, abate-parroco a Fermo e Direttore del sito web “Redazione sociale”, ha evidenziato come ogni persona ha diritto a vivere nella propria abitazione con i propri cari e di conseguenza occorre istituzionalizzare al massimo i programmi di sostegno delle famiglie.

Un’esigenza che oggi viene affrontata ricorrendo alla figura della badante, persona non sempre in grado di fornire quella qualità assistenziale di cui si avverte la necessità. Intorno a questa figura in Italia  le famiglie sostengono una spesa stimata in vari  miliardi di euro.

Occorre anche sottolineare che l’assistenza domiciliare nel nostro Paese si presenta ancora a macchia di leopardo, come del resto avviene per tanti altri servizi. Secondo le ricerche svolte dall’Istat, nel 2015 solo 1,2 per cento degli anziani ha usufruito di  assistenza integrata (ADI), nel 2018 si è passati al 3 per cento. Si tratta di cifre molto esigue se si tiene conto che sono 7 milioni gli italiani che hanno superato i 75 anni e quasi la metà di loro vivono soli.

Questo in breve è ciò che accade nelle tante realtà domestiche dove vive un anziano non più autosufficiente. Da pochi giorni ho perso mia madre, affetta da encefalopatia ipossico-ischemica e parkinsonismo oltre ad altre patologie, fenomeni che sono emersi durante l’estate del 2019, standole accanto in questi mesi ho girovagato con lei per diverse strutture sanitarie pubbliche e private del Sud-Est barese e mi sono imbattuto in una figura femminile che coadiuva i familiari di questi pazienti nella stimolazione delle loro capacità cognitive.

Incuriosito l’ho incontrata per saperne di più. Virtù (nome di fantasia) per diverso tempo si è dedicata ad altro, poi la sua vita è cambiata. E’ giunta la separazione dal coniuge e come accade in questi frangenti ha dovuto fare di necessità virtù, appunto. Animata da tanta voglia di mettersi in gioco e per nulla scoraggiata, ha anche due figli,  si è dedicata a seguire vari corsi di formazione. Corsi di psicologia e criminologia oltre a corsi formativi di promozione salute tra cui quello relativo all’Alzheimer. E così da anni aiuta chi mal riesce a uscire dal disagio della demenza.  Lo fa in forma privata, non si tratta di una badante, siamo in presenza di una operatrice formata che aiuta al dialogo e cerca di alimentare fiducia nell’anziano con l’obiettivo di alleviarne il disagio. Un percorso che rincuora e porta sollievo anche al cargiver,  termine anglosassone  che si riferisce a tutti i familiari che assistono un loro congiunto.

Signora Virtù, com’è scattata questa voglia di aiutare gli anziani con particolari patologie e risvegliare in loro lo stimolo cognitivo?

«Ho scoperto di avere questa predisposizione in conseguenza di contingenti e improvvise situazioni familiari che sono coincise con la prematura scomparsa di mio padre. Non ho potuto aiutarlo a dovere. In me è rimasto il cruccio di non avergli  potuto offrire tutto  l’affetto che meritava.  Per tale ragione ogni paziente che assisto lo considero come se fosse mio padre e mi rivolgo a loro con l’attenzione e l’amore che avrei voluto riservare al mio genitore.

 

Quale strategia usi per entrare in empatia con le persone?

«Prima di tutto mi rivolgo loro con un sorriso e una stretta di mano. Con amore e affetto scatta in loro una graduale fiducia a cui segue un forte coinvolgimento. Nel volgere di poco da essere io a intrattenerli con i miei racconti, piano piano al centro dell’attenzione si collocano loro e io divento un’attenta ascoltatrice»

Cosa pensi del nuovo trend manifestato dai giovani di 35-40 anni che non vogliono sposarsi e ancor meno avere figli per non rinunciare al gusto di restare single?

«Possono anche loro prendere esempio dalla mia scelta».

Studi di settore hanno evidenziato quanto sia  errato parlare in modo molto frettoloso di deterioramento senile nella vecchiaia. Infatti, determinate circostanze come la sofferenza psicologica originata da una serie di frustrazioni come la perdita di affetti familiari, la cessazione dell’attività lavorativa, assenza di un ruolo sociale,  sovente viene sottovalutata e confusa appunto con il deterioramento senile e curata come malattia. Già nel 20 d.c. Aulo Cornelio Celso nel “De Medicina”, un’opera medica, ha introdotto il termine demenza per indicare un’alterazione dell’intelligenza e del comportamento.

Una situazione che spinge l’anziano a sentirsi isolato e che lo induce ad assumere una serie di atteggiamenti che esprimono la propria crisi di adattamento alla vecchiaia. Per questo la moderna letteratura accademica di psicologia ritiene efficace ascoltare la persona interessata per capire la natura della ferita che si è procurata e il peso della difficoltà di cui è prigioniero piuttosto che liquidare il suo comportamento come conseguenza del deterioramento mentale senile.

Per questo il prof. Cesa-Bianchi, studioso dei processi psicologici nell’invecchiamento e ricercatore interessato all’analisi dei processi percettivi nell’anziano, è giunto all’assunto che: «La persona anziana può quindi soffrire di disturbi psicologici come a qualsiasi età, solo che per cultura tendiamo a leggerli sempre come disturbi cerebrali».

Questo approfondimento ci ha portato a chiede a Virtù:

Quali sono le  maggiori carenze riscontrate nell’approccio con una persona affetta da disturbi cognitivie e da patologie come l’Alzheimer e il Parkinson?

«Vedo tanta tristezza e tanta stanchezza nei familiari ancor più di quella che manifesta il malato.  In primis mi preoccupo subito della persona che accudisce la persona affetta da particolari patologie e attraverso un modo molto simpatico cerco di entrare subito in sintonia con loro e di  conquistarmi la loro fiducia. Dopo insieme a loro paso a interessarmi del paziente».

 

In generale,  una persona avanti con gli anni di cosa ha bisogno?

«Hanno bisogno di qualcuno che gli stringa la mano e che comprenda bene le loro sofferenze, anche se non si esprimono, per loro una stretta di mano diventa una manifestazione di partecipazione al loro disagio. Per loro una stretta di mano è un gesto rassicurante, significa che io sono qui, che non vado via, e questo infonde sicurezza»

Hai mai assistito all’attività socio-sanitario fornita dalle strutture Istituzionali presenti sul Territorio? Ritieni che risponde alle reali esigenze degli utenti?

«L’equiope che prestano assistenza domiciliare sono persone formate e valide professionalmente il loro gap è il tempo. Per soddisfare alle tante esigenze sono costrette a correre e non possono dedicarsi oltre certi limiti temporali».

In questi giorni il Ministro Speranza  ha presentato un Piano di rinascita che mira a stravolgere l’assetto organizzativo del SSN.  Un pacchetto di numerose proposte per un investimento complessivo di 75 miliardi con il 50 per cento da investire al Sud, ritieni che l’attività socio-sanitaria abbia bisogno di essere implementata?

«Sicuramente, ha bisogno di un grosso innesto di risorse umane, ha necessità di una capillare presenza sul territorio. L’assistenza, oltre a quella infermieristica e dell’igiene personale, deve svilupparsi anche attraverso percorsi di  psicoterapia di sostegno per le persone anziane».

DOPO TANTE PAROLE, ORA ABBIAMO UN PIANO

Ho voluto porre in risalto questa testimonianza perché quando si parla di riforma del SSN occorre tenere presente che nel comparto ci sono molteplici realtà che non vanno sottaciute. Di recente la Regione Puglia ha istituito il servizio di psicologia di base delle cure primarie da inserire nel distretto socio sanitario, un riconoscimento a conferma di quanto sia necessario poter disporre di tale figura professionale per la cura della salute. Allo stesso modo non sarebbe male poter contare sul territorio di un numero maggiore di geriatri o di fisiatri, proprio in relazione all’allungamento delle aspettative di vita.

Il Prof. Pietro Piumetti, psicologo del Consorzio Socio-Assistenziale del Cuneese e docente di “La terza età : aspetti psicologici e psicopatologici” alla “Scuola di Specializzazione in psicologia della salute” dell’Università di Torino, sostiene che molti medici sono vittime di un vecchio retaggio culturale secondo il quale le alterazioni psichiche dovute all’età possono essere ritardate solo ricorrendo a terapie farmacologiche mentre la cura psicologica integrata da quella organica, sarebbe uno dei compiti dell’assistenza agli anziani.

Tra le novità segnalate nel Piano del Ministro Speranza, vi è  l’istituzione di nuovi presidi per degenze temporanee, investimenti in salute mentale e anche la possibilità di garantire ad ogni laureato in medicina una borsa di specializzazione. Un Capitolo è dedicato alle nuove Residenze sanitarie  assistenziali (RSA), per anziani e disabili. E poi misure e risorse per il contrasto della povertà e per rafforzare la medicina scolastica, contrasto alla mobilità sanitaria, riforma dell’emergenza-urgenza e potenziamento del Fascicolo sanitario elettronico.

Un Piano che se attuato potrebbe cambiare, soprattutto nel Mezzogiorno, il rapporto cittadino-assistenza sanitaria e anche sotto il profilo dell’impiego delle risorse qualificate. Ho più volte sottolineato come l’assistenza agli anziani se gestita in modo trasparente potrebbe offrire non poche opportunità occupazionali. Banca d’Italia in merito ha in più di  un’occasione posto in evidenza la questione delle rimesse oltre cortina eseguite dagli stranieri che in Italia sono impiegati in attività di collaborazione familiare.  Un giro d’affari di vari miliardi. Perché non regolarizzare l’intero settore? Un modo molto semplice per combattere il sommerso.

In tale prospettiva le ASL potrebbero istituire un registro degli assistenti familiari per facilitare la ricerca di personale qualificato. Invece oggi, soprattutto nel Sud, Gioia compresa,  si continua a fare ricorso al passa parola col rischio di imbattersi in persone per nulla qualificate.

Il diritto alla salute sancito dalla nostra Costituzione non pone limiti reddituali e oggi abbiamo la grande opportunità di sanare le disuguaglianze di trattamento. La povertà, la solitudine e la salute sono tre elementi che se sommati rendono la vita ancor più tortuosa.  Non sanare queste situazioni, al di là dell’emergenza del Coronavirus,  significa continuare a sacrificare vite e credo che ora il Piano proposto dal Ministro Speranza vada nella giusta direzione.

Gianfranco Paradiso, 09 settembre 2020

 

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Gianfranco Paradiso


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