Il destino di alcuni è davvero quello di essere incompresi.  E’ accaduto a Filippo Cazzolla che ha sacrificato il Jazz Club ‘Ueffilo. Lo abbiamo incontrato per porgli   una serie di domande.

Quali sono le ragioni di questa decisone?

«le motivazioni sono dovute non tanto da una mia decisone quanto dalla mancanza dal punto di vista materiale della collaborazione, senza entrare nei dettagli, i sacrifici che sono stati fatti sono stati  tantissimi. Credo che sia ciclico dopo aver realizzato qualcosa, trascorso un certo periodo, se non si intravede alcun segnale di rinnovamento, le cose non vanno avanti. Abbiamo tentato per la seconda volta di recuperare l’attività. Nel 2012/2013 mi resi conto che non potevo più assicurare ogni sera l’esecuzione di un concerto e poiché l’originaria inclinazione del locale  non era quella di assicurare solo un servizio di ristorazione, sono stato costretto a darlo in gestione. L’operazione si è però rivelata del tutto insoddisfacente. Di conseguenza dopo tre anni si è presentata l’occasione con dei nuovi soci, tra l’altro cuochi,  di dare vita a un nuovo progetto all’interno del quale  io avrei curato la  direzione artistica e loro la gestione manageriale del ‘Ueffilo. Il problema è che sono nuovamente  sorte delle criticità sfociate in conflitti interni. Si scontravano due visioni  dell’attività, quella del business legato alla ristorazione e quella mia legata allo spettacolo. Queste divergenze mi hanno indotto a chiudere l’attività».

Qual’è  il suo pensiero sulla chiusura al traffico del Centro storico di Gioia?

«è stata una esperienza negativa. Un Centro storico si può chiudere  in presenza di manifestazioni che prevedono una certa affluenza di pubblico, ma quando si ostacola l’accesso si creano problemi a danno dei commercianti».

Di  cosa ha bisogno il Centro storico per essere rivitalizzato?

«così come testimoniano alcune  realtà in Sardegna, Calabria e anche in Lucania occorre offrire la possibilità agli artisti del luogo di creare delle progettualità come è stato per “Le porte dell’Imperatore” che ha riscosso un grande successo, ma che poi si è arenato».

Ci pare di capire che Lei gradirebbe una maggiore partecipazione di artisti di strada?

«sì perché è molto nazionalpopolare. Meglio se questi spettacoli sono abbinati alle sagre. La gente non vuole vedere solo mostre o saltimbanco, ma ama vedere anche  punti vendita di prodotti  enogastronomici univoci del luogo. Basta osservare il successo che riscuote a Sammichele  la sagra della “zampina” che dura 15 giorni. Quest’anno sarà allietata dalla presenza dell’illustre Renzo Arbore con la sua orchestra italiana, e questo fa ben comprendere la capacità organizzativa e gli investimenti fatti. La zampina è frutto di un progetto nato a Gioia 45 anni fa, aveva un sapore particolare, durò solo un paio di edizione, poi è andato scemando. L’idea è stata poi ripresa a Sammichele dove sono riusciti a darle il giusto valore anche d’immagine. Per non parlare di Noci con i suoi eventi incentrati sulle castagne. Invece a Gioia non siamo capaci, perché pensiamo a generare conflitti e a fare le prime donne. Hanno pensato a fare la sagra della mozzarella ma è durata poco si è persa in un bicchiere d’acqua.

Il ‘Ueffilo è stato un esempio di collaborazione e sinergie di impegno e competenze che hanno portato al successo. In un piccolo locale di 100 persone abbiamo fatto venire mostri jazzisti  e in alcuni casi siamo stato costretti a fare tre set.

Ripeto, non avendo avuto più la capacità di collaborare con seri professionisti con a cuore il bene della società e non protendere la esclusiva tutela dei  loro interessi economici. Questo ha portato allo sfascio del progetto e quindi alla chiusura.

Il ‘Ueffilo rimarrà un’icona e voglio ricordare che dopo soli tre – quattro anni dalla prima apertura, eravamo già una realtà ben affermata, tanto da essere il primo Jazz Club del Mezzogiorno e tra i primi tre a livello nazionale. I primi due erano finanziati dalla Regione e dal comune, l’unico stupido appassionato di jazz, un musicista che ci ha voluto credere e che in questa idea è stato assecondato da una persona importante come Marco Losavio, Direttore artistico e perno fondamentale dell’attività e Alceste Eroldi altra perla persona meravigliosa che gestiva la comunicazione e cura i rapporti con il mondo del jazz e io come basista  dal punto di vista dell’organizzazione. Era diventata una realtà che con cadenza mensile, attirava clienti da tutta Italia, persino da Londra e Parigi. Credo di aver realizzato un qualcosa che a Gioia, purtroppo devo dire, non è stato capito e frequentato dai gioiesi perché………la cultura probabilmente poco interessa. Se avessi aperto il locale a Noci, Putignano o Altamura, di certo avrei avuta sorte diversa. Ho tentato di trovare qualcuno che mi aiutasse, quando inventi delle cose molto grandi, hai bisogno di un supporto sia psicologico che economico. Invece ho gestito il tutto da solo e devo ringraziare la mia famiglia che mi ha con pazienza sostenuto. Io mi ritrovo il ‘Ueffilo, perché l’ideatore del progetto,  un mio carissimo amico, un giorno con un sms mi ha detto veditela tu  di non me la sento più di portare  avanti l’idea. Così mi sono rimboccato le maniche e ho investito nella musica. Ho sempre lavorato nel mondo dello spettacolo e per questa ragione il locale ha avuto uno slancio culturale, il mio investimento musicale  era di lunga durata, guardava al futuro. E la musica mi ha dato la possibilità di narcotizzare il cliente, perché a dire il vero non avevo una grandissima ristorazione, però avevo un grandissimo rilievo pubblicitario concertistico. La gente veniva perché aveva la possibilità di assistere a spettacoli che avrebbero potuto vedere solo al “Blue Note” di Milano con il quale eravamo gemellati.

Ho tracciato un segno dove si potrebbe creare cultura però se non hai il supporto del luogo,  dal 2004 al 2017 non ho ricevuto alcun sostegno da parte delle Amministrazioni locali. A dire il vero, devo essere onesto, l’attuale Amministrazione attraverso l’Assessore alla Cultura, prof. Anna Maria Longo, mi ha offerto l’opportunità di avviare durante questa estate delle attività collaborative con un bel palcoscenico. Purtroppo per le motivazioni già esposte il tutto è naufragato».

Una testimonianza quella di Filippo Cazzolla che lascia l’amaro in bocca. Un brillante progetto che finisce in modo infausto. Un’arte  poco compreso a livello locale dove prevale il concetto che l’erba del vicino è sempre migliore? Oppure come sostiene il sociologo Francesco Alberoni:«l’invidia è il sentimento che noi proviamo quando qualcuno, che noi consideriamo del nostro stesso valore ci sorpassa, ottiene l’ammirazione altrui. Allora abbiamo l’impressione di una profonda ingiustizia nel mondo. Cerchiamo di convincerci che non lo merita, facciamo di tutto per trascinarlo al nostro stesso livello, di svalutarlo; ne parliamo male, lo critichiamo. Ma se la società continua ad innalzarlo, ci rodiamo di collera e, nello stesso tempo, siamo presi dal dubbio. Perché non siamo sicuri di essere nel giusto. Per questo ci vergogniamo di essere invidiosi. E, soprattutto, di essere additati come persone invidiose. In termini psicologici potremmo dire che l’invidia è un tentativo un po’ maldestro di recuperare la fiducia e la stima in sé stessi, impedendo la caduta del proprio valore attraverso la svalutazione dell’altro».

Il ‘Ueffilo Club chiude i battenti

Gianfranco Paradiso


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